mercoledì 13 luglio 2011

L'IMPORTANZA DELLA PRATICA NELLE SCELTE ECOFRIENDLY: MEGLIO POCO MA DAVVERO


Premetto che questo articolo ha un “umore” particolare: un po’ provocatorio, un tantino polemico, ma sono certa che i lettori sapranno coglierne a pieno il senso e lo scopo. Non di rado su svariati blog e social network ci si imbatte sulla sponsorizzazione di iniziative a favore dell’ambiente. Ma quanti di noi intraprendono davvero concretamente iniziative volte al risparmio energetico e adottano comportamenti a ridotto impatto ambientale e scelte di acquisto ecofriendly? E’facile condividere su Facebook, per esempio, link da ambientalisti, animalisti, ecologisti e quant’altro rientri in una tendenza moralmente approvabile e politicamente corretta; meno semplice, per quanto si sostenga il contrario, adottare comportamenti concreti e quotidiani che vadano in tale direzione nelle nostre singole esistenze. Potremmo fare delle interessanti statistiche in tal senso, e vagliare come e quanto coloro che rappresentano se stessi come ecologisti, ambientalisti o aderiscano a qualunque tendenza categorizzabile in un “-ismo” ideologico, siano poi disposti a modificare il proprio stile di vita quotidiano su tutti i fronti. Perché di questo si tratta, e non sempre è semplice, non sempre fattibile. Uno stile di vita ecofriendly ha ricadute anche sulle scelte di acquisto in merito ai materiali e ai tessuti dei prodotti che acqustiamo per noi stessi e la casa, per esempio. Influisce sulle nostre scelte di arredamento, sulla spesa giornaliera, su quali giocattoli acquistare per i propri figli ecc. E’ evidente come si tratti di un lifestyle modificato in tutti i suoi aspetti, e non solo circoscritto alla raccolta differenziata. Personalmente preferisco non definirmi e non rappresentarmi con troppa foga come ambientalista, ecologista o quant’altro. Preferisco dire di aver sviluppato, nel tempo, una maggiore sensibilità a tutto ciò che riguarda l’ambiente che ci “ospita” (complice di questo sicuramente la maternità), con tutto ciò che questo comporta, e di aver sviluppato la tendenza a preferire alcune scelte ecofriendly nei limiti di ciò che mi è possibile in questo momento. Adotto comportamenti ecofriendly davvero ridotti rispetto a tutto quello che potenzialmente si potrebbe fare, e questo per vari motivi: in primis motivi di tempo e di denaro. Ma quel che mi sta a cuore, soprattutto, è praticarle queste scelte. Insomma…divulghiamo, postiamo, linkiamo…ma soprattutto… PRATICHIAMO!

lunedì 9 maggio 2011

IL BISOGNO DI PORTARE A TERMINE: L'EFFETTO ZEIGARNIK

Vienna. Anni '20. Bluma Zeigarnik, psicologa russa, si trova in un ristorante ed osserva le modalità di lavoro di un cameriere del locale: la sua attenzione si focalizza su come il ragazzo riesca a tenere in mente un quantitativo considerevole di ordinazioni contemporaneamente, per poi dimenticarsene subito dopo che le ordinazioni sono state servite.

Sulla base di quest' osservazione la Zeigarnik ipotizza che in situazioni analoghe, ovvero quando vi sia un compito da portare a termine, un'operazione avviata e non ancora conclusa, subentri una spinta motivazionale tale da creare una tensione cognitiva che acuisce la capacità mnemonica del cervello. Questo meccanismo, dal nome della psicologa russa che concettualizzò dunque la suddetta teoria, è stato denominato effetto Zeigarnik. Questa tendenza cognitiva universalmente diffusa è un corrispettivo di quello che sul piano percettivo è il principio della chiusura teorizzato dalla corrente psicologica della Gestalt: forme non chiuse vengono percepite dal cervello come se lo fossero, così come linee discontinue possono essere percepite come continue.


Nel 1927 l'ipotesi della Zeigarnik fu dimostrata sperimentalmente in laboratorio assegnando ad un gruppo di volontari  una serie di compiti che implicassero determinate operazioni cognitive di tipo logico ( puzzles, rompicapo etc. ). Alcuni di questi compiti dovevano essere svolti fino alla loro conclusione, altri invece vennero interrotti. Quando ai soggetti coinvolti nell'esperimento fu chiesto quali compiti avessero dovuto svolgere, ricordarono due volte meglio quelli non conclusi.

L'effetto Zeigarnik si manifesta comunemente nel bisogno di molte persone di portare a termine una cosa prima di cominciarne un'altra, motivati da una spinta a concludere l'operazione già avviata; nella tendenza di alcuni ad oltrepassare le ore di lavoro retribuite pur di veder concludersi una pratica; nella difficoltà a procrastinare (in quanti, invece, sono perfezionati nell'arte del rimandare?...) e ancora ad esempio nel non sentirsi a proprio agio con il multitasking work.

martedì 18 gennaio 2011

CATEGORIE, STEREOTIPI, PREGIUDIZI

Il mondo che ci circonda è fatto di molteplici realtà eterogenee: infinite sono le variabili, le sfumature, le configurazioni di cose, situazioni, persone. Tutto questo sarebbe un magma indistinto che renderebbe arduo l'orientamento e l'adattamento di chiunque: il vivere come individui e come persone parte di una società sarebbe impossibile in quanto confuso e confusivo per la compresenza di troppe sfaccettature eterogenee, se non fosse che intervengono meccanismi cognitivi di semplificazione grazie ai quali è possibile conferire cognitivamente un ordine alle cose, semplificate e riportate alle loro caratteristiche distintive più salienti, a quelle qualità che costituiscono un comune denominatore di un dato insieme di oggetti/situazioni/persone, accomunati dalle stesse proprietà, peculiarità, funzioni.
Il processo di semplificazione è alla base della nostra possibilità di comprensione della realtà e adattamento alla stessa, e conduce a un meccanismo che è a fondamento del poter dare un ordine alle cose: la categorizzazione. La nostra mente semplifica la realtà visibile ed esperibile individuando le caratteristiche basilari che contraddistinguono un insieme di oggetti, o di persone, o ancora di situazioni. Categorizzazione è dunque l'identificazione di determinate caratteristiche ricorrenti e rappresentanti il comune denominatore di un insieme di oggetti. Se da una parte questo meccanismo ci consente di comprendere cosa abbiamo intorno, riconoscerlo ed orientarci, è anche vero che i processi di generalizzazione che vi sono insiti conducono ad errori valutativi, e la semplificazione non sempre porta ad una completa comprensione. Un derivato, in termini cognitivi, di quanto fin'ora descritto è lo stereotipo, strettamente connesso infatti al concetto di categoria. Lo stereotipo è l'attribuzione di determinate caratteristiche e tendenze ad una "categoria"di persone, se non addirittura ad un popolo, o a situazioni specifiche, sulla base di caratteristiche salienti e distintive ai fini del processo di semplificazione e generalizzazione. Così nascono stereotipi sul genere sessuale, dal momento che all'uomo e alla donna sono attribuite caratteristiche e tendenze generalizzabili proprie del sesso d'appartenenza; ci sono stereotipi sulla vita di coppia, sulla maternità, su taluni aspetti della vita lavorativa. Stereotipi sulla vita stessa. Generalizzazioni dunque. Potremmo infatti definire gli stereotipi  generalizzazioni largamente diffuse e condivise su alcuni aspetti della realtà che ci circonda.
Se semplificare il mondo distinguendo categorie e creando da queste stereotipi contribuisce a conferire ordine alle cose, e dall'ordine una migliore possibilità di rapportarci ad esse in termini adattativi, per contro è vero altresì che le generalizzazioni creano terreno fertile per lo sviluppo di pregiudizi.
I pregiudizi infatti altro non sono che opinioni preconcette in merito a situazioni, persone, popoli, e derivano da idee aprioristiche che non tengono conto della realtà dei singoli casi, ma di generalizzazioni diffuse su larga scala e divenute parte del pensiero comune. Il pregiudizio quindi è un prodotto inevitabile della diffusione di stereotipi su cose e persone. Il pregiudizio fa parte di noi. Spesso inconsapevolmente. L'antidoto è un pensiero critico e autocritico, che indaga se stesso, interroga se stesso, capace di resettarsi.

domenica 16 gennaio 2011

PSICOLOGIA OLFATTIVA: GLI EFFETTI DEL BUON ODORE


"Profumo di virtù" : questo il nome della ricerca della Brigham Young University, guidata dalla Dott.ssa Liljenquist, sul rapporto tra profumo e comportamenti umani.
La ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Psychological Science, ha studiato le reazioni di due gruppi di volontari di cui uno esposto a stimoli olfattivi piacevoli (un odore quasi impercettibile di limone) ed uno privo di stimolazione olfattiva. I volontari sono stati esposti ad un esperimento in cui si chiedeva loro la disponibilità a condividere o meno piccole somme di denaro con colleghi che si trovavano in un'altra stanza: è stata testata dunque la loro tendenza alla fiducia e alla generosità.
Ne è emerso che i partecipanti all'esperimento che si trovavano nell'ambiente in cui era stato diffuso il piacevole odore d'agrumi si sono resi disponibili a dividere il denaro, mostrando quindi una tendenza alla fiducia e alla generosità, in misura significativamente maggiore rispetto all'altro gruppo di volontari non esposti a stimolazione olfattiva. Già da tempo era stata stata stabilita una correlazione tra sentimenti positivi, primo fra tutti il buon umore, e stimoli olfattivi piacevoli. Nella fattispecie la ricerca di cui sopra ha evidenziato una correlazione significativa tra esposizione al profumo e comportamenti prosociali.

martedì 28 dicembre 2010

ADDIO A PIETRO TARICONE



Parlare della morte di Pietro Taricone è l'occasione per parlare di una vita che, ad oggi, considero per molti aspetti degna di particolare attenzione. Non certo per i contenuti,  le scelte o altre specificità relative alla sua carriera. Nè perchè la morte di una persona giovane ne renda necessariamente interessante la vita come troppo spesso una largamente diffusa tendenza al buonismo è tentata di credere. 
La breve vita del "'o guerriero" (questo il celebre appellativo del Taricone), è interessante perchè rappresenta in maniera piuttosto evidente - per chi ne ha seguito l'iter, magari a posteriori come me - la parabola di un'evoluzione psicologica rapidissima e saldamente interiorizzata, improntata al bene raro della consapevolezza di sè, l'autocoscienza dunque, e ad una forma semplice e "genuina"di saggezza. Dalle interviste che negli ultimi anni Pietro ha rilasciato a giornalisti di riviste e trasmissioni televisive, si evince una spiccata capacità metacognitiva: in psicologia per "funzione metacognitiva" s'intende quella facoltà intellettiva che permette un'atteggiamento autoriflessivo in cui è implicato un autodistanziamento  che consente al soggetto di analizzare i propri processi cognitivi nel presente e di vedere se stesso con modalità critica anche da un'angolatura retrospettiva. Pietro nelle interviste parla di sè come può farlo un uomo più anziano che molto ha vissuto, molto ha sbagliato, esperito e compreso. Il suo eloquio è coinvolgente perchè ricco del suo entusiasmo e trascinante carisma, al contempo però le sue parole esprimono un'astrazione da sè, un distacco, una momentanea lontananza dalla quale Pietro guarda se stesso, a volte criticandosi apertamente, altre volte soltando analizzando il corso degli eventi. Pietro parla con CONSAPEVOLEZZA di sè, di ciò che è stato e, con un senso di prospettiva sobriamente realistica, di ciò che presumibilmente sarà. Di ciò che SAREBBE STATO. Già, perchè la parabola verso la saggezza, così precocemente compiuta, forse non rendeva necessario un proseguimento, un oltre, un'altra salita, per questo guerriero dei giorni  nostri, degli anni dei talent shows, dei realities e sottoprodotti degli stessi. Lui che da un reality show era nato televisivamente, nel 2000, come personaggio improvvisamente pubblico e molto amato in seguito alla partecipazione alla prima edizione del Grande Fratello, da quella stessa realtà della ribalta facile e futile si era distanziato, non rinnegandola, ma criticandola, affrancandosene, da uomo coraggioso e libero, crescendo. Spaventato da un successo troppo facile, persuaso della necessità di guadagnarsi con l'impegno un posto al sole applicandosi più seriamente nell'ambito stesso del mondo dello spettacolo. E così è stato: Pietro  si è orientato sulla  carriera di attore prendendo parte a films e diverse fiction televisive. Ma è il richiamo della terra a portare equilibrio a Pietro, lavorare la terra e scoprire il piacere di farlo, un piacere legato alla semplicità e alla fatica.Parallelamente scopre un altro se stesso nella famiglia, come compagno e come padre.La vita famigliare lo porta al di fuori di se stesso, del proprio individualismo: "La scelta più significativa è stata mettermi in secondo piano e capire che, ormai, non sono più da solo, ma faccio parte di un nucleo, con la mia compagna e mia figlia Sophie. L'esserne finalmente consapevole è la cosa più impegnativa che abbia fatto. Non avrei mai pensato di riuscirci. Ho sempre vissuto da solo, mi sono sempre divertito, pensando prima di tutto a me stesso. Sentire il parere degli altri, prima di decidere qualsiasi cosa, è una novità assoluta per me" dichiara Pietro in un intervista rilasciata alla rivista Grazia. Quando la giornalista gli domanda quanto ha inciso la paternità nella sua vita Taricone risponde: "Moltissimo.Ha spostato l'obiettivo della mia vita. Prima, al centro, c'era il narcisista Pietro. Ora c'è un altro di cui occuparsi: mia figlia.". Della crisi sentimentale che ha attraversato la sua relazione con la compagna Kasia Smutniak Pietro, nell'intervista rilasciata al settimanale, parla con equilibrio e una ritrovata serenità: "Il modo di superare la crisi è stato l'intimità .Conquistare l'intimità. Una volta che ce l'hai è quasi impossibile rompere un rapporto. Al contrario, a volte sei convinto di averla raggiunta e, invece, col tempo ti accorgi di esserti sbagliato. L'amore funziona un pò come in Avatar. Lì sono tutti collegati da una catena di neuroni, e una volta che hai stabilito un legame con qualcuno,è per sempre".

giovedì 12 agosto 2010

ORTORESSIA:L'OSSESSIONE DEL CIBO SANO


Nelle nostre società occidentali industrializzate si assiste ad un duplice fenomeno: da una parte un bombardamento pubblicitario volto a vendere prodotti alimentari decisamente poco salutari, veri e propri mix di sostanze che sono un attentato per i nostri trigliceridi e il nostro metabolismo inchiodato ad una vita spesso troppo sedentaria. Prodotti alimentari che sono un tripudio di lipidi, coloranti, conservanti e additivi di ogni genere. Sul fronte opposto, ma specularmente al suddetto, si è affermato un orientamento promozionale volto a persuaderci ad assumere uno stile di vita più sano, fino all'estremo del salutismo: fenomeno indubbiamente positivo e soprattutto utile, se risulta efficace nel sensibilizzare le persone circa l'importanza del prendersi realmente a cuore la propria salute, puntando su una prevenzione a largo spettro e sull'attenzione alla propria condotta alimentare. Certamente nulla è estraneo alla possibilità di far cassa, e l'industria del biologico e dei prodotti naturali cavalca l'onda delle campagne di promozione della salute e incrementa il proprio business e i propri fatturati. Parallelamente (e conseguentemente) si sta sempre più affermando una nuova tendenza alimentare disfunzionale (e per questo facente parte, anche se non ancora ufficialmente, dei disturbi alimentari): l'ossessione del "mangiar sano". Non stiamo parlando di uno stile alimentare improntato ad una corretta alimentazione, ma di atteggiamenti e schemi comportamentali relativi all'assunzione del cibo che presentano molti tratti riscontrabili nei disturbi ossessivo-compulsivi. E' l'ortoressia, dal greco orthòs (giusto, corretto) e orexis (appetito), e si caratterizza per una preoccupazione, che diventa focalizzazione ossessiva, sulla qualità degli alimenti, che per l'ortoressico devono essere assolutamente biologici, o avere proprietà curative/depurative ed essere il più possibile incontaminati. Viene dedicato molto tempo alla preparazione del cibo, che può richiedere procedure specifiche, e anche la pianificazione mentale del menù dei pasti occupa molto del tempo del soggetto intrappolato in questo approccio disfunzionale al cibo, che dev'essere puro, e consumato talvolta con una ritualità ossessiva che lo isola. Una carbonara in compagnia diventa una trasgressione alimentare che arreca al soggetto sensi di colpa, non per il fatto in se stesso di aver mangiato, o di aver mangiato troppo, come avviene per l'anoressica che rifiuta anche l'aspetto quantitativo del cibo, ma sensi di colpa per l'assunzione di un cibo decisamente poco sano e puro dall'ottica salutista dell'ortoressico, che può essere assalito da vissuti di contaminazione da espiare con una condotta alimentare ancora più ferrea. Le sue preferenze sono in genere verdure crude, meglio se di stagione, e quasi sempre è vegetariano.

Il suo equilibrio si regge sull'osservanza delle proprie rigide imposizioni alimentari, e spesso ha, più o meno consapevolmente, sentimenti di superiorità morale per la propria ascesi alimentare e disprezza chi si alimenta diversamente. Come l'ipocondriaco, terrorizzato dalla malattia, l'ortoressico non accetta la caducità e corruttibilità delle cose, la vulnerabilità del corpo alle leggi del tempo, l'impossibilità di vivere per sempre.

martedì 10 agosto 2010

IL FUMO DI SIGARETTA

Ho smesso di fumare, dieci anni fa, nella maniera più traumatica: così, ex abrupto, all'improvviso, senza alcuna gradualità. Nessun training motivazionale, nessuna strategia comportamentale predeterminata cui attenermi. Mossa semplicemente dalla crescente pressione di una banale ma efficace (quanto meno nel mio caso) presa di coscienza: ero vergognosamente dipendente da una cosa esterna a me, un oggetto per di più. Il mio umore poteva subire variazioni imbarazzanti sulla base delle sigarette che riuscivo o meno a concedermi quando ne avevo voglia. Riuscire a ridimensionare e riconcettualizzare in termini di dipendenza patologica quella che ritenevo una piacevole abitudine o, con la consueta auto-indulgenza dei fumatori, un "piccolo" vizio, fu certamente l'insight decisivo e irreversibile che mi condusse alla scelta, ferrea e profondamente convinta, ma già vissuta come un lutto (e già, perchè qualunque addio definitivo comporta una qualche elaborazione del lutto),di smetterla con quella piccola, fugace, libidinosa abitudine.

IL TABAGISMO

La dipendenza dal fumo di sigaretta ha evidenti motivazioni psicologiche legate alla ritualità, al gesto, ai momenti della giornata connotati da questo piccolo piacere (assumendo l'ottica del fumatore); dipendenza dall'effetto calmante e dalla valenza di scarica emozionale che comporta il poter accedere al proprio break-sigaretta. Ma nella dipendenza psicologica s'innesta una componente chimica legata all'effetto della nicotina nell'organismo, al pari di qualunque sostanza psicotropa. 

Dalle più recenti indagini DOXA emerge che l'età di avvicinamento al fumo si sta sempre più abbassando. Il 21,9% dei fumatori ha tra i 15 e i 24 anni.Quando l'iniziazione al fumo avviene in giovane età e l'abitudine è sostenuta sistematicamente nel tempo, le probabilità di morire per i danni arrecati dal tabacco (in particolare dai prodotti di combustione) arrivano al 50%. Nella decima edizione dell' ICD (International  Classification of Diseases) l'OMS classifica il tabagismo come malattia, inserendolo nella lista dei disturbi legati all'uso di sostanze farmacologiche. Con il fumo di sigaretta viene inalato infatti un mix micidiale di oltre 4000 sostanze:sostanze cancerogene  (idrocarburi aromatici policiclici, nitrosamine, benzopirene, benzoantracene ecc.) e sostane altamente irritanti responsabili di alterazioni della mucosa bronchiale (acido cianitrico, acetaldeide, formaldeide, ammoniaca ecc.).

Il Ministero della Salute ha segnalato una diminuzione delle vendite di sigarette, ma l'aumento di vendita del tabacco trinciato (il "fai da te"), notoriamente meno costoso: il fenomeno del tabagismo resta perciò stazionario e purtroppo responsabile di una vasta gamma di patologie di cui il tumore rappresenta solo la punta di un iceberg.